Perché Signore tanta sofferenza?

P. Diego Spadotto

 

In questi giorni la Repubblica Democratica del Congo è alla ribalta non solo per le questioni politiche ma anche per quelle economiche legate alla questione mineraria. I riflettori sono stati accesi dalla Borsa dei metalli di Londra che ha chiesto a tutte le società minerarie presenti al suo interno di dimostrare l’«eticità» dei loro prodotti. Una richiesta non proprio motivata da ragioni morali, ma dalla denuncia di operatori che accusano alcune società cinesi di concorrenza sleale proprio a causa del fatto che ottengono materie prime dal Congo a prezzi bassissimi in forza dell’alto grado di sfruttamento del lavoro e della violazione delle leggi fiscali e doganali.  In Congo l’etica è una parola dimenticata da tempo, sicuramente dal 1890 quando divenne colonia belga, all’inizio per produrre gomma, poi per fornire minerali. All’indomani dalla liberazione, Lumumba provò a togliere le miniere alle compagnie straniere per metterle al servizio del popolo congolese, ma venne assassinato brutalmente. Mobutu, che gli succedette, gestì le ricchezze minerarie secondo un accordo di spartizione con le imprese straniere e in 35 anni di dittatura, accumulò all’estero 8 miliardi di dollari, mentre il suo popolo si dibatteva nella fame e nella miseria.

Nel 1997 il potere venne rilevato da una nuova 'dinastia', quella di Laurent-Désiré Kabila, che però ereditò un Paese a pezzi. Una condizione di debolezza che nel Kivu, la parte orientale del Congo, favorì la proliferazione di movimenti secessionisti che risentivano delle tensioni etniche esistenti in Ruanda e Burundi. Nel 1998 il Kivu si trasformò in un campo di battaglia con la presenza di sei eserciti stranieri, parte a sostegno di Kabila, parte a sostegno di gruppi etnici locali, parte a sostegno solo di se stessi con l’obiettivo di avere accesso ai giacimenti di oro, zinco, tantalio, tungsteno, coltan di cui la zona è ricca e che sono di fondamentale importanza per l’industria informatica. Generali ruandesi e ugandesi approfittarono della presenza armata in Kivu per appropriarsi di minerali e arricchirsi vendendoli sul mercato nero internazionale. Operazione resa possibile dal fatto che gran parte dell’estrazione è su base artigianale e con lavoro minorile. I poveri non vogliono ai loro figli meno bene dei ricchi. Le famiglie mandano i figli al lavoro quando i soldi non bastano e quando non c’è scuola.

Si calcola che nel Kivu ci siano 400mila minatori alla ricerca di pietre grezze che contengono minerali preziosi. “Abbiamo pensato di incontrare Dio dove il corpo finisce: e l’abbiamo trasformato in una bestia da soma, in esecutore di ordini, in macchina per il lavoro, in nemico da mettere a tacere, e così lo abbiamo perseguitato. Siamo diventati crudeli, abbiamo permesso la schiavitù, lo sfruttamento e la guerra. Se Dio si trova al di là del corpo allora, al corpo, tutto può essere fatto” (Rubem Alves). Il minerale che ha indotto la direzione della Borsa di Londra ad avviare la sua indagine di eticità, non è né il tantalio, né il tungsteno, ma il cobalto, un minerale che sta assumendo un’importanza crescente come componente per batterie, dal momento che il futuro dell’industria automobilistica è nell’auto elettrica. Il Congo contribuisce a metà del cobalto mondiale, soprattutto nella regione del Katanga.